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La speranza e i giovani

Il 10 febbraio a Pavia si è svolto il convegno “Arca delle virtù”, il cui tema centrale è stato quello della “speranza”. Si è dunque cercato di analizzare il senso che ha la speranza al giorno d’oggi, in che modo si può declinare, e in particolar modo in che modo essa possa essere trasmessa dai genitori ai figli in modo che il mondo abbia sempre una possibilità di futuro. La prima cosa da fare consiste nel tracciare una storia del concetto di speranza, che nel tempo ha assunto diverse sfaccettature ed è stata descritta in modi diversi.

Per Paolo di Tarso, ad esempio, la speranza è la fiducia nel Signore, in Dio che può intervenire nella storia dell’uomo. Per Sant’Agostino invece la speranza assume un volto differente, che è più intimo e ha maggiormente a che vedere con l’autodeterminazione dell’uomo, con il suo stesso intervento. La speranza è attiva, per Sant’Agostino, non passiva: ognuno di noi deve coltivarla dentro di sé e poi applicarla nel suo stile di vita. L’epoca in cui è vissuto Agostino era molto simile, almeno così dicono parecchi commentatori, a quella che stiamo attraversando oggi. A quei tempi l’Impero Romano era in declino, nel 410 i Goti avrebbero saccheggiato la città di Roma. Alla fine di un potere politico che era perdurato per secoli si affiancò anche una decadenza morale. Per questo motivo la speranza non poteva più essere ricercata nei grandi valori o nelle grandi ideologie, ma solo nell’intimità del proprio cuore, in una lotta solitaria e quotidiana. In epoca contemporanea sta accadendo lo stesso: la perdita delle grandi ideologie a favore di una società dominata dal consumo e dalla mercificazione rende impossibile per gli uomini trovare speranza nel futuro al di fuori di loro stessi. Ancora una volta il percorso deve essere interiore, e soprattutto deve essere formativo. La speranza va trasmessa di padre in figlio, perché i nostri ragazzi non potranno trovare alcun appiglio al di fuori di loro stessi. Ecco perché si parla spesso di una generazione perduta, quella compresa tra i 14 e i 24 anni, che non ha alcun sogno e alcuna aspirazione, e non combatte più in nome di nessun ideale e nessun valore. Gli adulti rimproverano i ragazzi di chiudersi in un mondo fittizio, popolato dai nuovi strumenti tecnologici, rifiutando il confronto. Ma la verità è che sono gli adulti i responsabili dello stato dei loro figli. Invece di stimolare la creatività e l’autodeterminazione, al giorno d’oggi i genitori cercano sempre di indirizzare i propri figli verso ciò che viene considerato più giusto e più conveniente, e non invece verso la realizzazione dei sogni e delle aspirazioni personali. Credendo di fare il loro bene, i genitori riempiono i figli di oggetti inutili, di un benessere materiale che, la filosofia ce lo ha spiegato in molti modi, non può servire a dare la felicità. Anche se a un figlio non viene fatto mancare niente, per usare un’espressione che si sente usare molto spesso, se non gli si insegna la speranza, al di là dell’opportunità della stessa, lo si condanna ad essere una persona priva di anima, priva di aspirazioni per il futuro. Insieme ai nostri figli però noi condanniamo il mondo stesso. Senza un ricambio generazionale, senza nuova linfa vitale che rinnovi il mondo coltivando una speranza impossibile, lo stesso movimento storico si arresta, si sprofonda nella rassegnazione e non si crea più nulla di nuovo. Prima che nutrire i corpi, i genitori dovrebbero nutrire le anime dei loro figli, se davvero desiderano che abbiano un futuro, e che per quel futuro siano in grado di lottare.